
Itinerari del cuore
Itinerari del cuore
Anche modo di abitare il paesaggio, di riconoscere nella terra e nel cielo un orizzonte comune di vita. Questo itinerario segue proprio le antiche orme dei pastori transumanti attraverso conche, valichi e colline, testimoni, per secoli, di una storia di fatica, solidarietà e silenzio.
Un viaggio dentro la memoria dei tratturi: vie d’erba che raccontano ancora un Abruzzo autentico, con la cultura pastorale che ha modellato paesaggio e civiltà. Tratturi che per secoli sono stati arterie vitali di un’economia e di una civiltà pastorale, oggi sono percorsi dal silenzio e dal vento.
Una storia antica, intrecciata a quella dei popoli che abitavano queste montagne. Per comprendere appieno la cultura della transumanza, occorre risalire alle sue origini, quando i pastori percorrevano i grandi tratturi che univano l’Abruzzo alla Puglia.

Lo spostamento stagionale di greggi ovine e caprine dal monte al piano e viceversa, la cosiddetta transumanza, è un’attività già documentata nel II secolo a.C., alla fine delle guerre puniche, quando Roma mette mano alla riorganizzazione fiscale e amministrativa dell’ager publicus. Se ne ha notizia in un testo legislativo del 111 a.C. e nel trattato agronomico De re rustica di Marco Terenzio Varrone del I secolo a.C.
In età normanna (1155) vengono emanate delle Costituzioni con norme che regolano i canoni di affitto dei pascoli, dichiarano di proprietà demaniale l’area del Tavoliere di Puglia e destinano perennemente a pascolo vaste aree montane di Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata. Nel 1447 Alfonso d’Aragona istituisce la Regia Dogana per la Mena delle pecore in Puglia, concedendo libero diritto di passaggio lungo il Regio Tratturo dall’Aquila a Foggia – una via erbosa larga circa 111 metri – e introducendo la riscossione della fida, la tassa sul diritto di pascolo per tutti i capi.
Il numero degli ovini presenti in età aragonese tra Abruzzo e Puglia era talmente alto che i proventi della fida costituiscono per secoli la principale entrata economica nel bilancio del Regno di Napoli.
Molti centri lungo i tratturi fanno della transumanza e delle attività ad essa legate – commercio della lana, del latte e dei suoi derivati, della carne – la loro principale fonte di ricchezza. È stato calcolato che nel XV secolo i capi ovini che percorrevano i tratturi erano tra i tre e i quattro milioni, saliti a quasi sei milioni nel XVII secolo. Nel 1806, con le leggi di eversione della feudalità e di riforma agraria emanate da Giuseppe Bonaparte, la Dogana Grande e la Doganella d’Abruzzo sono abolite, i tratturi smembrati e le terre demaniali pascolive del Tavoliere concesse agli agricoltori; successivamente, nel 1865, una legge del Parlamento italiano abolisce ogni diritto di pascolo estivo e invernale, di promiscuità o di uso civico sui terreni un tempo destinati all’attività pastorale.
La rete tratturale abruzzese, molisana e pugliese è oggi tutelata come bene di notevole interesse storico, archeologico, naturalistico e paesaggistico. Nel corso dei secoli, lungo i tratturi – o immediatamente a ridosso di essi – si sono dislocati importanti monumenti e siti archeologici, come le città di Peltuinum e Sepinum, le abbazie di Collemaggio, Civitella Casanova e San Clemente a Casauria, le chiese di Santa Maria di Cintorelli, Santa Maria di Cartignano e decine di altre cappelle, edicole votive, taverne e opere pubbliche.
La rete tratturale che dalle montagne abruzzesi, principalmente Gran Sasso e Maiella ma anche i monti della Marsica, scendeva verso la Puglia era imponente e ramificata, costituita da decine di bracci e di tratturelli che continuamente si distaccavano e ricongiungevano ai percorsi principali, che erano cinque: il Tratturo L’Aquila-Foggia, noto anche come Tratturo Magno (circa 244 km), da cui si originava il Tratturo Centurelle-Montesecco (circa 107 km); il Tratturo Celano-Foggia (circa 200 km); il Tratturo Pescasseroli-Candela (circa 211 km); e il Tratturo Castel di Sangro-Lucera (circa 130 km). Il Tratturo Magno era il più lungo percorso tratturale italiano e iniziava dalla basilica di Santa Maria di Collemaggio per giungere fino alla chiesa del Monte Calvario, detta chiesa delle Croci di Foggia.
Passando a valle di Capestrano, il Regio Tratturo entrava nelle Terre della Pescara scavalcando la catena del Gran Sasso al valico di Forca di Penne, per poi distendersi lungo le colline pescaresi dirigendosi verso Chieti. Molti paesi di questi versanti montani hanno legato la loro economia alla presenza delle greggi e all’attività della transumanza.
Per godere appieno dei paesaggi della transumanza è consigliabile iniziare l’itinerario dalla conca di Capestrano, dove il Tratturo Magno iniziava la risalita verso il valico di Forca di Penne. Sulla strada statale 153, al bivio di Capo d’Acqua, si prosegue sulla strada statale 602 attraversando Ofena fino a raggiungere Forca di Penne, dove si trovano i resti di una fortificazione medievale. Il valico era un luogo di notevole importanza strategica e commerciale, punto di passaggio obbligato per superare la catena del Gran Sasso, e per questa ragione utilizzato non solo dalle greggi transumanti.
DA NON PERDERE
I resti della torre medievale e della fortificazione annessa, ormai allo stato di rudere, ai piedi del Monte Scarafano.
TEMPO DI VISITA CONSIGLIATO: 2 ore
Da Forca di Penne, proseguendo sulla strada statale 602, si attraversa la località Cona, da dove, con un breve tratto a piedi, si può arrivare alla panchina gigante rossa di Brittoli, posizionata sul Monte Riccio, a 919 m di quota, un punto molto panoramico tra le valli della Nora e del Cigno, da cui si gode della vista sul paese e le valli sottostanti, con lo sguardo che spazia dalla Maiella alle colline teatine e pescaresi, fino al litorale teramano.
UNA BREVE STORIA
L’antico castrum di Brittoli (a 779 metri sul livello del mare), è menzionato per la prima volta in un documento del monastero di San Bartolomeo di Carpineto e in passato possedeva una notevole importanza strategica, poiché situato ai piedi della catena del Gran Sasso, a valle del valico di Forca di Penne e prossimo al tratturo. Il profilo del centro storico è assai caratteristico: sorge su un colle posto in posizione dominante, con le abitazioni disposte secondo l’antico nucleo ellittico intorno al baronale Palazzo Pagliccia, elegante edificio le cui forme attuali risalgono alla metà dell’Ottocento ma di origini più antiche, da cui si gode di uno splendido panorama. Adiacente all’edificio si trova la neoclassica cappella intitolata a Sant’Antonio di Padova. È possibile passeggiare lungo l’antica cinta muraria e arrivare fino a Palazzo Iannetti, interessante esempio di edificio signorile. Nel centro storico si trova anche la settecentesca chiesa di San Carlo Borromeo.
DA NON PERDERE
Il frantoio del 1837, di recente restaurato, che testimonia un interessante aspetto della vita e dell’economia delle colline pescaresi: la coltivazione degli olivi e la produzione del pregiato olio.
TEMPO DI VISITA CONSIGLIATO: 2 ore
Da Brittoli si prosegue per un tratto sulla strada statale 602 e poi si prende la strada provinciale 51 che arriva fino a Cugnoli.
UNA BREVE STORIA
Attestato già dal XII secolo, Cugnoli sorge lungo il tracciato del Tratturo Magno, che passa immediatamente a valle dell’abitato. Si segnala per l’architettura del tessuto urbano, caratterizzato da tratti delle antiche mura di cinta e da eleganti edifici in laterizi rossi e pietra, con notevoli esempi di palazzi gentilizi, tra cui Palazzo Tinozzi e Palazzo Pacitti. Notevole esempio di architettura religiosa è la parrocchiale di Santo Stefano. L’opera d’arte che immediatamente attira l’attenzione è l’ambone del 1166, ma degni di nota sono anche il gruppo scultoreo ligneo dell’Annunciazione del XV secolo e alcuni dipinti databili tra XVI e XVIII secolo. Interessante anche l’ottocentesca chiesa del Carmine, a pianta centrale con cupola.
DA NON PERDERE
Lo straordinario ambone datato 1166, trasferito in Santo Stefano nel 1528 dal distrutto monastero benedettino di San Pietro. È decorato con un fantasmagorico insieme di figure con influssi longobardi, bizantini e arabo-normanni; purtroppo è mancante della scaletta di accesso, su cui si leggeva il nome dello scultore Nicodemo, autore dei due amboni gemelli di Santa Maria in Valle Porclaneta (Rosciolo, 1157) e Santa Maria del Lago (Moscufo, 1159).
TEMPO DI VISITA CONSIGLIATO: 2 ore
Da Cugnoli si torna indietro sulla strada provinciale 51, si riprende per un tratto la strada statale 602 e poi si prosegue sulla strada provinciale 33; superato il paese di Carpineto della Nora, si arriva a Civitella Casanova, sorto per volontà dell’abbazia cistercense di Santa Maria di Casanova, di cui era possedimento fortificato.
UNA BREVE STORIA
Il nucleo abitato antico di Civitella, chiamato Terravecchia, si sviluppava su un’altura rocciosa lungo un asse viario rettilineo, alla confluenza dei torrenti Festina e Schiavone. La storia del paese si lega a quella dell’abbazia di Santa Maria di Casanova, primo insediamento cistercense d’Abruzzo, sorto nell’ultimo decennio del XII secolo quale filiazione dell’abbazia romana delle Tre Fontane.
Nel centro storico si conservano notevoli esempi di residenze gentilizie della borghesia rurale sette-ottocentesca, tra cui Palazzo de Blasiis e Palazzo Pignatelli, con ambienti decorati dal pittore di inizi Ottocento Severino Galante. La cinquecentesca chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria delle Grazie custodisce alcune opere provenienti dalla distrutta abbazia di Casanova e l’affresco tardo-cinquecentesco della Madonna del Rosario. Fuori dell’abitato, da vedere la caratteristica cappella della Madonna della Cona, con portale del 1529, e, in un altare di forme barocche, una Madonna col Bambino del 1515. Da segnalare due antiche fontane: la Fonte del Cavuto e la Fonte di San Michele.
DA NON PERDERE
I resti del complesso monastico di Santa Maria di Casanova (oggi in territorio di Villa Celiera), costituiti da un poderoso torrione difensivo a cinque livelli, la sala capitolare e parte del chiostro e della chiesa. L’area è visitabile proseguendo da Civitella Casanova in direzione di Villa Celiera (circa 4 chilometri).
CONSIGLIO
Tutto il territorio di Civitella Casanova e Villa Celiera è considerato patria dei celebri arrosticini abruzzesi, spiedini di carne di pecora cotti alla brace, da gustare.
TEMPO DI VISITA CONSIGLIATO: 2 ore
Da Civitella Casanova si prosegue sulla strada provinciale 33 (oppure sulla provinciale 32 se si parte dall’abbazia di Santa Maria di Casanova) e quindi sulla provinciale 11, fino a giungere a Montebello di Bertona, su un colle isolato, quasi sospeso tra i contrafforti del Gran Sasso e la fascia collinare.
UNA BREVE STORIA
Le abitazioni di Montebello di Bertona, antico feudo dei Farnese, si dispongono ad anello attorno alla sommità della collina, dove restano alcune strutture a scarpa del castello, poi trasformato nel Cinquecento in elegante palazzo ducale al tempo di Margherita d’Austria. Nella settecentesca chiesa di San Pietro si può ammirare un Crocifisso ligneo del XV secolo. La notorietà di Montebello deriva anche dall’importante sito archeologico di Campo delle Piane, un terrazzamento naturale posto poco più in alto del corso del fiume Gallero, che ha restituito testimonianze dal Paleolitico Superiore fino all’inizio dell’Età dei Metalli. Qui sono stati rinvenuti strumenti in selce, attribuiti da Antonio Mario Radmilli alla cosiddetta cultura “bertoniana”, del Paleolitico superiore.
DA NON PERDERE
I resti della torre medievale e della fortificazione annessa, ormai allo stato di rudere, ai piedi del Monte Scarafano.
TEMPO DI VISITA CONSIGLIATO: 2 orePer godere appieno dei paesaggi della transumanza è consigliabile iniziare l’itinerario dalla conca di Capestrano, dove il Tratturo Magno iniziava la risalita verso il valico di Forca di Penne. Sulla strada statale 153, al bivio di Capo d’Acqua, si prosegue sulla strada statale 602 attraversando Ofena fino a raggiungere Forca di Penne, dove si trovano i resti di una fortificazione medievale. Il valico era un luogo di notevole importanza strategica e commerciale, punto di passaggio obbligato per superare la catena del Gran Sasso, e per questa ragione utilizzato non solo dalle greggi transumanti.
DA NON PERDERE
Nei pressi del cimitero del paese inizia una stradina in salita che porta fino alla Falesia di Montebello di Bertona, vicinissima alla strada, dove si trovano diversi settori di parete molto frequentati dagli arrampicatori, con numerose vie di salita di difficoltà compresa tra 5a e 8b. È la Ferrata Bertona. Proseguendo si può raggiungere a piedi la cima del Monte Bertona (1.200 metri s.l.m.), dove sono presenti notevoli resti di fortificazioni medievali; da qui si ammira un panorama straordinario che va dalla costa marchigiana alle colline frentane. Non lontano, e sempre raggiungibili a piedi, si trovano i resti di un villaggio di epoca italica della popolazione dei Vestini.
TEMPO DI VISITA CONSIGLIATO: 2 ore